FOTOGRAFIA - FESTIVAL INTERNAZIONALE DI ROMA

aprile - settembre 2004


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FOTOZINE

DON MCCULLIN A FOTOGRAFIA

Negli occhi di Don McCullin scorre la memoria di mezzo secolo di storia del nostro pianeta: un pianeta funestato da guerre e tragedie, cicatrici nella mente di un fotoreporter che ha documentato le atrocità con coraggio e con dedizione al vero. A FotoGrafia, così racconta la sua esperienza di fotoreporter in Africa:

"Durante gli anni '60 sono stato con i mercenari africani: ho visto giovani legati per i testicoli con del fil di ferro e trascinati con i camion per le strade dell'Africa. Di fronte a questo bisogna chiedersi: dove stiamo andando? Cosa sta succedendo? La semplice parola “Africa” può distruggere tutta la mia struttura mentale: ho lavorato sul problema dell'AIDS in Africa, sono stato finanziato da una fondazione americana e sono partito per lo Zambia. La mattina, per strada, con le donne che cantavano, andavamo per le case di quelli e stavano morendo e le donne cantavano: “Noi stiamo marciando con Gesù”. Io, allora, ho pensato: sto impazzendo, sto con queste donne che non hanno nulla e parlano di Gesù. Siamo entrati nelle case di coloro che stavano morendo e che avevano già perso il controllo del proprio corpo: erano buttati per terra, in stanze buie. Eppure, quando entri in queste case, loro si scusano e io… io mi vergogno del mondo occidentale che, di fronte a tutto questo, ha preferito girare le spalle da un'altra parte e fare finte di nulla. Quando parlate dell'Africa è come se mi levata l'aria dai polmoni, non so neanche da dove cominciare. Sono stato quattro giorni in prigione in Africa, una volta, in Uganda: ricorderò per sempre le urla di quelli che venivano uccisi. È impossibile per me fuggire dai crimini degli altri, ne sono circondato: mi crea problemi stare seduto qui come fotografo e tradurre in risposte le domande che mi fate mentre io stesso mi sto chiedendo chi sono e chi dovrei essere. Fin dai primi tempi della mia carriera, la mia fotografia è stata connessa alla violenza: la mia prima fotografia è stata la fotografia di un poliziotto morto nella strada in cui vivevo. Sembrava che fosse scritto che io sarei diventato un fotografo e che sarei dovuto andare in guerra e capire queste guerre. Però non c'è modo di essere fotografo e di capire la guerra: la guerra ti sconfigge. L'unico modo di curare la mia memoria – un'impresa impossibile perché le cicatrici che porto sono troppo profonde – è quello di fotografare i fiori, i paesaggi. Poi penso molto, e ascolto molto la musica… solo musica classica, deserto la musica pop. Detesto ballare, detesto fumare, detesto la musica pop e, specialmente, detesto i bigotti e i fascisti sopra ogni altra cosa."

Intervista di Cristiano Armati


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